Tessuti sacri: Tipologie e colori

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Arredi e vesti sacre, sono testimonianza di un tempo in cui la Chiesa si è servita di segni visibili, per affermare sia il suo potere che per lodare Dio. A rendere preziosi questi capi contribuiscono soprattutto le decorazioni delle stoffe operate (damaschi, broccati, lampassi) e i ricami (con sete policrome e filati d’oro) prodotti in tutta Europa, che nel tempo hanno determinato mode e stili.

Gran parte dei tessuti del museo diocesano rientrano nella categoria dei paramenti sacri, cioè le pregiate vesti e arredi liturgici presenti nelle chiese, che per secoli sono stati impropriamente collocati nella categoria delle “arti minori” ma che oggi sono testimonianza delle più sfarzose cerimonie religiose e dei culti più popolari.

Con la riforma, avviata dopo il Concilio Vaticano II, l’uso di alcuni paramenti è stato soppresso per un ritorno a forme più classiche e semplici, dove la sostanza è quella che conta e non l’apparenza.

Il codice dei colori liturgici invece, già conosciuto grazie a Innocenzo III (1160-1216) e al messale di Pio V, attualmente varia.
Le vesti sacre traggono le loro origini dall’abbigliamento laico definite sotto alcuni aspetti nell’epoca romana, subiscono nel corso dei secoli modificazioni nelle dimensioni e nell’ornamento.
Si distinguono in vesti interiori (sottovesti), come il camice, l’amitto, la cotta e il cingolo e in vesti esteriori, come la dalmatica-tunicella, la pianeta e il piviale.

Tra le vesti interiori, il camice (alba, per il suo colore bianco) simbolo di purezza è la veste di tela di lino usata dal celebrante, dal diacono e prima dell’ultima riforma anche dal suddiacono: «La sua lunghezza è a poche dita da terra e l’ampiezza deve essere tale da permettere tutti i movimenti necessari per la celebrazione». I camici negli anni sono stati impreziositi sui bordi delle maniche e all’estremità inferiore da galloni e merletti, poi fermati ai fianchi con un cingolo, «a meno che non sia fatto in modo da aderire al corpo anche senza cingolo».

L’amitto, un pezzo di tela di lino bianco, rettangolare lungo cm 80-90 e largo cm 60-70, è il primo indumento che il celebrante indossa sotto il camice. Nel Medioevo veniva poggiato sul capo, e solo dopo aver indossato la pianeta veniva abbassato sulle spalle come un cappuccio. Fino all’ultima riforma di papa Paolo VI, al centro dell’amitto si ricamava una croce bianca che il celebrante baciava prima di vestirsi. Insolito è il modo di indossarlo: dopo il bacio alla crocettina lo si fa cadere sulle spalle, poi viene fermato con delle fettucce che passano sotto le braccia, si incrociano sulla schiena e riportate sul petto, vengono legate. Attualmente con i Principi e Norme del Messale Romano al n. 298 è stato stabilito che l’amitto è necessario solo se il camice non copre al collo l’abito comune dei ministri.

La cotta, usata dal clero con funzione ordinaria, deriva dal camice. È come una tunica larga che scende fino alle ginocchia con ampie maniche, portata sopra l’abito talare nero, in mancanza di quest’ultimo viene sostituita dal camice lungo. Di colore bianco, il tessuto con cui viene confezionato è la tela e come per il camice anche la cotta è ornata da ampi merletti sia nella parte inferiore che sui bordi delle maniche. Pietro Rossi dichiara che le fonti più attendibili per risalire all’origine delle vesti sacre sono le opere d’arte: «la cotta appare per la prima volta nel secolo XI, prima fuori Roma, mentre fa la sua comparsa in Italia solo nel secolo XIII». All’origine lunga fino ai piedi e con maniche più strette, veniva chiamata Superpellicerum che, indossata d’inverno sulle pellicce serviva per ripararsi dal freddo dei paesi settentrionali. Con il tempo ha subito delle modifiche e adattamenti fino ad allontanarsi del tutto dal taglio originale.

Il cingolo o cintura liturgica è l’accessorio del camice fin dal primo periodo, che lo stringe in vita.
Di canapa o di cotone, solitamente di colore bianco: è tuttavia permesso anche dello stesso colore dei paramenti. Sono a forma di fascia o di cordone, a volte con grosse nappe alle sue estremità. Attualmente è usato solo se il camice non aderisce bene ai fianchi. Con il cingolo si conclude la descrizione delle vesti liturgiche interiori cioè le sottovesti dei veri e propri parati liturgici indossati dai sacerdoti nei riti più solenni.
Tra le vesti esteriori; la dalmatica, la tunicella e la pianeta se confezionate con lo stesso tessuto costituiscono un «paramento in terzo» o «terziario» ed un «paramento in quarto» se esiste anche un piviale.

Con il Concilio di Trento (1570) l’uso di questi parati è stato regolato con indicazioni specifiche da un calendario liturgico, che stabiliva l’impiego di certi indumenti, il tipo di tessuti e i colori; mentre con il Concilio Vaticano II (1962-1965) l’uso di alcune vesti e accessori è stato abolito, disperdendo e abbandonando negli armadi delle sacrestie capi preziosi e unici.

La Pianeta o casula, simbolo di carità viene indossata dal sacerdote per le celebrazioni; è il parato che più di tutti ha subito nel tempo cambiamenti radicali nella forma. La sua origine va rintracciata nel mondo greco-romano, nella cosiddetta Paenula, un ampio mantello da viaggio a forma di semicerchio cucito alle due estremità, con un cappuccio per ripararsi dalle intemperie e in alcuni casi, tagliato sul davanti fino al petto per una migliore agilità. Dal V secolo prese il nome di Planeta «che gira» e casula «piccola casa» perché ricopriva il corpo lasciando libere le mani.
Nel XII secolo da semicerchio diventa a campana (un quarto di cerchio), un modello scomodo che formava sulla nuca dei brutti rigonfiamenti e privava il sacerdote di alcuni movimenti. È tra il XII e il XIV secolo che si arriva a dare alla pianeta un aspetto totalmente diverso dalla sua forma classica molto ampia, sia per comodità ma soprattutto per il variare del gusto. Accorciata la lunghezza ai lati e ridotta su le ginocchia ha assunto cosi la forma che Pietro Rossi chiama «a chitarra»10, ma perdendo in ampiezza ha guadagnato senza dubbio in preziosità nei tessuti e nei ricami. Questo modello è uno scapolare con due lembi – quello anteriore spesso è più corto per esigenze di movimento – e con merletti e dei galloni vengono eseguiti sul davanti una croce e di dietro una colonna centrale.

La superficie posteriore della pianeta è sempre stata la parte più decorata di tutti i paramenti liturgici – un vero status symbol che «esprime» chi la indossa – in quanto la messa tridentina prevedeva di celebrare la funzione di spalle all’assemblea. Dal 1900, in prossimità della nuova Riforma Liturgica, si assiste ad un ritorno alle antiche forme che ridà alla pianeta una foggia simile a quella originale, molto ampia come un poncho dei popoli messicani. Va precisato che, se attualmente questo nuovo taglio viene definito casula è solo da un punto di vista pratico, storicamente permane il termine pianeta. La Dalmatica (dal latino Dalmacius) e la Tunicella o tonacella, sono rispettivamente l’abito del diacono e del suddiacono, fino all’ultima riforma, quando la figura di quest’ultimo venne abolita con una lettera apostolica di Papa Paolo VI. Le vesti, di forma trapezoidale e aperte ai lati con scollo ovale, sono confezionate con lo stesso tessuto della pianeta, per formare un parato completo. Nel vecchio cerimoniale romano la tonacella aveva maniche più strette e lunghe, rispetto alla dalmatica, solo nel XVI secolo vennero accorciate fino a l’omero. Oggi, adattandosi alle nuove esigenze della Chiesa, alle vesti sono state cucite le maniche e utilizzato un tessuto più morbido e comodo da indossare, visto che il ruolo del diacono è assistere il celebrante.

Tra tutti quelli già descritti, il paramento più imponente e maestoso presente tra i tesori tessili delle chiese è il Piviale, dal latino Pluvialis, antico mantello per ripararsi dalla pioggia, pluvia. Le sue origini sono simili a quelle della pianeta; lo ritroviamo sotto una nuova forma nel IX secolo come cappa monacale, con cappuccio e
sul davanti un’apertura con due ganci per chiuderlo. Solo nel X secolo è entrato a far parte degli abiti sacri, per le funzioni solenni, le processioni, le benedizioni, ecc.

A differenza della pianeta, l’unica variazione che ha subito il piviale nel tempo è nella forma del cappuccio, che perdendo la sua funzione si è trasformato in un elemento ornamentale a forma di scudo, di stoffa più rigida per permettere l’applicazione dei ricami. Un altro elemento ricamato, applicato sul piviale è lo stolone che, cadendo in due parti uguali – dalla nuca sul torace del sacerdote – si chiude con un fermaglio o fibula (ganci) o dal pectorale (sul petto), un grande fermaglio che diventerà nel tempo una necessità puramente decorativa. Di tessuti semplici e caldi le cappe dei monaci, dal 1500 un’infinità di piviali sono stati realizzati con tessuti pregiati come la seta e decorosamente ricamati con filati d’oro e d’argento. Negli ultimi tempi il piviale, accomodandosi perfettamente sulle spalle ha perso il taglio a semicerchio e lo scudo è stato eliminato per ritornare ad una forma che richiama il cappuccio.
Insieme alle vesti liturgiche vengono portate le insegne liturgiche «oggetti rappresentativi di colui che li indossa…mostrando una carica,un ministero,un ruolo all’interno della chiesa».
Chiamiamo insegne: la stola, il manipolo, la mitria, il palio e il pastorale.
Per quest’ultimo, non rientrando tra i tessili sacri mi limiterò ad una semplice descrizione.

La stola – simbolo di grazia, umiltà ed obbedienza all’autorità divina – dall’antico orarion “panno per asciugare la bocca”, è formata da una lunga banda di stoffa ed è l’insegna propria dei diaconi, dei sacerdoti e dei vescovi, ma cambia il modo di essere portata. Per i diaconi, dalla spalla sinistra scende a tracolla per essere poi annodata sul fianco destro (in modo che il braccio destro sia libero per servire); i sacerdoti tradizionalmente incrociavano la stola sul petto, mentre oggi come per i vescovi, dalla nuca lasciano scendere dritte sul davanti le due estremità. La prima stola intorno al V secolo, era larga 4-5 cm e lunga fino a raggiungere l’orlo del camice; dal XII secolo all’ultima riforma, più larga, si accorcia con le due estremità “a spatola” e soprattutto ricamata – col motivo che richiama lo stesso della pianeta – mentre oggi la ritroviamo della stessa lunghezza, ma lineare e sobria. Presenta tre croci (due alle estremità e una al centro che il sacerdote bacia prima di “pararsi”) applicate con galloni o finemente ricamate.

Il manipolo, oggi non più in uso, deriva dal “pannilino” (fazzoletto) usato dalle autorità romane. Simile alla stola ma di dimensioni più piccole è confezionato con frammenti della pianeta e richiama in modo più semplice il ricamo della stola. Posteriormente, sono fissate al centro due fettucce o cordoni per legarlo all’avambraccio sinistro del diacono durante le messe solenni, al solo scopo ornamentale.
Il velo omerale (che copre gli omeri) o continenza si fa menzionare per la prima volta nel XV Ordo Romano (sec. XV)25. Una lunga stoffa rettangolare (tessuto identico al parato liturgico) che il sacerdote porta sulle spalle durante la messa, e servendosi dei due lembi estremi avvolge i vasi sacri per non “contaminarli” con le mani durante il loro trasporto da un altare all’altro. Il velo è tuttora usato per le messe solenni e per le processioni del Corpus Domini.

La mitria o mitra simbolo di autorità sacra, della pienezza del sacerdozio e della missione di santificare è un copricapo che i vescovi portano nelle celebrazioni solenni. Originariamente a Roma intorno al X secolo era di forma conica terminante a punta, oggi invece è un copricapo a soffietto che diviso nel mezzo presenta due rigide “cornue” una anteriore e l’altra posteriore; su quest’ultima vi è l’inserimento di due vitte (infule) che cadono sulle spalle. Il tessuto adoperato è cambiato sempre nel tempo, ma i migliori esemplari appartengono al periodo barocco, di seta con ricami di sete policrome, filo d’oro e paillettes.

La mitria è l’unica insegna che non è stata mai sottoposta al canone liturgico del colore. Il palio (ispirato all’omophorion del rito greco) simbolo del servizio arcivescovile, ornamento del Papa e degli Arcivescovi – a quest’ultimi viene conferito il palio dal Papa personalmente in occasione della consacrazione episcopale, nel giorno della festa dei Santi Pietro e Paolo
(29 Giugno) – è una fascia circolare (anulare) posta attorno al collo, dalla quale davanti e dietro pendono due appendici uguali, tenute distese da piastrine di piombo. Di lana bianca, è guarnito di quattro croci di lana nera sulla fascia anulare e una croce, per ognuna delle strisce verticali.

Gli spilli inseriti negli occhielli delle croci per tenere fermo il palio sono oggi, ornamenti preziosi. Come per tutti i paramenti sacri anche il palio ha avuto un’evoluzione nella forma: dapprima come un panno ripiegato a forma di banda; nel VI secolo una striscia di panno bianco indossato sugli omeri, la nuca e il petto; nel VIII secolo subentrò l’uso degli spilli per fissarlo sul vestito facendo cadere i due lembi a Y, uno sul petto e l’altro sulla schiena; dal XI secolo fino ai nostri giorni di forma anulare. Papa Benedetto XVI, ha ripristinato solo per sé l’uso di un pallio più grande, simile ai modelli del primo millennio: «il più lungo utilizzato finora (2.60 metri per 11 centimetri) con cinque croci di seta rossa ricordo delle cinque piaghe, e tre spilloni a ricordare i chiodi della croce di Cristo».

Il Pastorale simbolo dell’autorità e del ruolo del “pastore” è il bastone usato dal Vescovo e dal Papa nei riti solenni e di particolare importanza. I più antichi terminavano con una palla o una croce a tau, più tardi venne data la forma arrotondata. Il pastorale ha pertanto «una funzione unicamente spirituale e l’autorità che accorda a chi lo impugna è soltanto morale». La parte superiore indica la sollecitudine del pastore che incita al bene, la parte media l’atto di guidare i fedeli e quella inferiore, lo stimolo nel punire il male.

La biancheria sacra è l’apparato tessile che durante la “mensa” può venire a contatto con il Sacramento – il corporale, la palla e il purificatoio – mentre le “coperture sacre” – la borsa, il velo, il conopeo di pisside e di tabernacolo, le tovaglie e il paliotto d’altare – realizzate con stoffe pregiate, ricoprono i vasi sacri e alcuni arredi della chiesa in segno di rispetto.

Il purificatoio, riquadro rettangolare di cm 35×50 – 60×40 di lino o canapa bianco è utilizzato per asciugare il calice, le labbra e le dita durante la celebrazione eucaristica poi viene ripiegato nel senso della lunghezza e posato sul calice: «l’uso del purificatoio venne prescritto solo da Pio V (1570) mentre in precedenza il calice veniva lavato in una apposita vaschetta […] e asciugato con un panno appeso all’altare». Generalmente presenta al centro una croce ricamata e un merletto lungo i bordi.

La palla dal latino pallium (piccolo drappo) un pezzo di lino bianco di 15-20 cm per lato, inamidato, con cui si copre il calice. Il suo primo utilizzo risale nel XIII secolo, quando vennero ridotte le dimensioni del corporale.

Dall’antica sindone, inizialmente il corporale era di grandi dimensioni per ricoprire tutto l’altare, poi venne ridotto a 50 cm di lato come grandezza necessaria per posare la patena e il calice durante la celebrazione eucaristica, e l’ostensorio nelle funzioni in cui è previsto. Realizzato con tela di lino bianca inamidata e raramente di canapa, fino a qualche decennio fa veniva portato all’altare ripiegato dentro la borsa.

La borsa da corporale, una custodia quadrangolare (16-20 cm) è formata da due supporti di cartone, chiusa sui i tre lati e rivestita del tessuto del parato; internamente invece, è convenientemente foderata in seta o con tela di lino, per accogliere il corporale. L’uso della borsa fu reso obbligatorio nelle rubriche del Messale di San Pio V – che praticò e diffuse i dettami del Concilio di Trento – mentre con l’ultima riforma il suo uso venne soppresso come quello del velo da calice. Anch’esso di forma quadrangolare dello stesso tessuto della borsa, bordato da galloni e al centro una croce o il monogramma di Cristo (IHS), serviva per coprire il calice e la patena nel tragitto dalla sacrestia all’altare e viceversa.

Un’ultima copertura importante, in disuso attualmente, è il conopeo di pisside, generalmente di forma circolare, rettangolare o formato da quattro teli riuniti a croce, con un foro al centro per far passare la croce apicale, copriva interamente la pisside quando essa conteneva il Sacramento, come segno di rispetto della sacralità del vaso.

Per i paramenti sacri, la scelta dei colori è sempre avvenuta in base alla loro intenzionalità simbolica. Solo il bianco è obbligatorio per le vesti interiori e la biancheria sacra; i colori che si definiscono liturgici invece, sono quelli che troviamo indicati per le vesti esteriori, le insegne e le coperture sacre. Il Messale Romano – riformato a norma dei decreti del Concilio Vaticano II e promulgato da Papa Paolo VI – nel capitolo VI, n° 308, ne indica sei: il bianco, il rosso, il verde, il viola, il nero e il rosaceo; ma non esclude (n° 309) che «nei giorni più solenni si possono usare vesti sacre più preziose, anche se non sono del colore del giorno».
Per colore liturgico si intende il colore del tessuto di fondo, anche se il disegno si presenta policromo. Dal punto di vista storico l’esigenza di scegliere dei colori per gli abiti liturgici risale intorno al XII secolo;

Innocenzo III (1160-1216) fu il primo a redigere un codice, ma solo con il Concilio di Trento (1545-1546) la prescrizione del colore si è normalizzata secondo un calendario liturgico.
Il bianco, colore delle origini, viene associato al latte, nutrimento primordiale e universale. Nel sacro, il bianco è il colore più antico, da sempre simbolo di purezza, di pace e verginità. Viene usato secondo un calendario liturgico: «negli Uffici e nelle Messe del Tempo pasquale e del Tempo natalizio. Inoltre: nelle feste e nelle memorie del Signore, escluse quelle della Passione; nelle feste e nelle memorie della Beata Vergine, degli angeli, dei santi non martiri, nella festa di tutti i santi, di S. Giovanni Battista e S. Giovanni Evangelista, nelle cattedra di S. Pietro e della conversione di S. Paolo». A volte viene usato per i funerali dei bambini. Il bianco assieme all’oro e all’argento è simbolo di luce, di incorruttibilità e di ricchezza, tanto materiale quanto spirituale «richiamando a noi la lode e la gloria di Dio». Il color oro può essere usato al posto del bianco, del rosso e del verde, mentre l’argento solo al posto del bianco. Il rosso è il colore che raccoglie su di sé la più alta e nobile simbologia sia nel campo liturgico che nel mondo laico. La sua storia può essere ricostruita citando un’importante fonte storica come la Bibbia nel Libro dell’Esodo (36, 35): Mosè «fece un velo porpora viola, porpora rossa, di scarlatto e bisso ritorto: lo fece artisticamente con cherubini»; Libro dell’Esodo (39,1), le vesti del sommo sacerdote, «Con porpora viola, porpora rossa e scarlatto fecero le vesti d’ufficio per il servizio del santuario: fecero le vesti sacre per Aronne, come il Signore aveva ordinato a Mosè». Dei rossi, il color porpora in particolare, è nell’impero romano il simbolo di gloria e del potere. Ciò deriva dal fatto che per realizzare tessuti di questo colore occorreva far uso di un raro mollusco, il chermes; divenendo per questo prezioso e quindi costoso, che solo all’imperatore e a qualche suo dignitario era consentito un vestito interamente color porpora. Secondo la simbologia teologale, il rosso rimanda alla carità.

Nel contesto liturgico, ricorda la Passione di Cristo sulla croce (Mc 15,16-42), il fuoco dello Spirito Santo nel giorno della Pentecoste (At 2, 1-5) e il sangue dei martiri. Il colore rosso si utilizza secondo le Norme del Messale Romano al n° 308/b: «nella domenica di Passione (o delle Palme) e nel Venerdì santo, nella Domenica di Pentecoste, nelle celebrazioni della Passione del Signore, nella festa natalizia degli Apostoli e degli Evangelisti e nelle celebrazioni dei Santi martiri». Utilizzato anche nel Sacramento della Confermazione (Cresima) e nelle esequie del Sommo Pontefice.

Il verde è il colore più calmo che ci sia: non esprime gioia né tristezza o passione: «Incarna la speranza a immagine della natura che rinverdisce dopo i più terribili cataclismi , quindi simbolo dell’eterno ritorno, della rinascita»50. Il verde nel Medioevo era considerato un colore nobile come il rosso, anch’esso simbolo di maestà. Nella liturgia invece, ha poco a che fare col richiamo alla natura, alla speranza. Innocenzo III lo sceglie perché è un colore che sta in mezzo agli altri, da usare nei giorni che non hanno un carattere particolare. Ancora oggi nel Messale Romano (n°308/c) si è mantenuto l’uso tradizionale del verde: «negli Uffici e nelle domeniche del Tempo Ordinario».

Il viola, esprime la forza tranquilla e il risveglio spirituale. Sull’uso di questo colore nella liturgia, prima del Concilio di Trento si hanno poche notizie; solo con S. Pio V, nel suo Messale, il viola è definito un colore a sé, distinto dal nero, da usare nei giorni di penitenza e non di lutto. Dall’ultima riforma il viola ha quasi del tutto sostituito il nero, anche per i riti delle esequie, in quanto il lutto oggi è inteso come speranza di vita eterna. Dal Messale Romano (n°308/d): «il colore viola si usa nel tempo di Avvento e di Quaresima, si può usare negli Uffici e nelle Messe per i defunti»; (n°310): Le Messe «…con il colore viola se hanno carattere penitenziale (ad esempio le «Messe in tempo di guerra o di disordini; in tempo di fame; per la remissione dei peccati»)».

Il nero poiché trattiene e assorbe la luce, evoca la profondità e l’interiorità. Se in certe culture è il colore scelto per il lutto, non è perché evoca il dolore o la tristezza, ma l’oscurità e l’ignoto dopo la vita terrena. Il paramenti sacri neri, sono ormai chiusi negli armadi delle sacrestie, anche se del loro uso, si ha più antica testimonianza. Innocenzo III stabilisce l’uso del nero nel tempo di Avvento, di Quaresima e per tutte le circostanze che esprimono penitenza e dolore. Con S. Pio V, il campo di questo colore inizia a ridimensionarsi, riservandolo alle sole esequie dei defunti; attualmente, dopo l’ultima riforma non è più obbligatorio, ma rimane comunque citato nelle Norme del Messale (n°308/e).

Il rosaceo, ottenuto col bianco e il rosso, suggerisce la fusione di luce e amore; è il colore della gioia e della letizia. Tra tutti i colori appena descritti, il rosaceo (un rosa tendente al rosato-paonazzo, tra il viola e il rosa) è l’ultimo ad essere stato introdotto nella liturgia. Pio V lo scelse come colore che smorzasse dal viola (come il viola dal nero), per la II domenica di Avvento (Gaudete) e la IV domenica di Quaresima (Laetare) per rappresentare la gioiosità e l’avvicinamento alla festa attesa e sperata. Queste domeniche volevano un tempo essere per i fedeli una breve sosta nel cammino di penitenza che i tempi di Avvento e di Quaresima richiedevano, con la possibilità anche di interrompere il lungo digiuno. Ancora oggi si mantiene l’uso tradizionale del rosaceo per la liturgia, ma pochi sono i cattolici che rispettano questi periodi di digiuno e astinenza. Il rosaceo quindi, pur rimanendo legato al viola della penitenza, è alleviato dal bianco dell’imminente solennità.

Conclusa la descrizione dei colori cosiddetti liturgici, non si può non menzionare la ricchezza cromatica di vesti e suppellettili, costituiti da tessuti desunti da donazioni di abiti generalmente civili, riadattati, da cerimonia o nuziali, offerte devote di tessitori, di corporazioni cittadine e soprattutto di famiglie o personalità importanti della chiesa o della nobiltà. I migliori capi, ancora oggi vengono usati per le celebrazioni più solenni, anche se non sono del colore giusto secondo il calendario liturgico. Il colore devozionale per eccellenza è l’azzurro, colore adatto per le celebrazioni Mariane. Oggi nessuna casula presenta come colore di fondo l’azzurro (non è stato mai espressamente indicato nei canoni dei colori), ma lo ritroviamo in guarnizioni e piccoli ricami per collegare le nostre menti al colore del cielo, al mantello dell’Immacolata.

Dalla chiesa, la scenografia dei colori liturgici e non, si tramanda ancora oggi nelle processioni per le strade del paese con gonfaloni, baldacchini, ecc..; e fino a qualche decennio fa anche con i preziosi damaschi dotali e lenzuola ricamate, appesi ai balconi di molte abitazioni.