Ritratto di Giovanni Donato Durante (1768-1781)
3 febbraio 2017

Sante Maria Maddalena e Francesca Romana

Epoca: 1618
Autore: Donato Antonio D’Orlando (1560 ca. – 1636)
Tecnica: olio su tela
Misure: cm. 263,5 x 166
Stato di conservazione: recente restauro
Provenienza: Ugento, Palazzo Vescovile (già nella chiesa delle Benedettine di Ugento)
Iscrizioni: DONATO DONATODONATO ANTONIO ANTONIO D’ORL .DO PICTORE ICTORE DI NARD Ò 1618/ S. M. MADALENA / S. FRANCE SCA ROMANA / scene lato sinistro: CHRI STUM ADIT CUM SIMONE LE PRO SO MEN SE ACUMBENTEM / DOMUM RE VER SA AUREA CATENA CATENA COR PUS SUUM ASPERRIME CA STI GATAT / AD CONCIONEM CUM MARTA MARTAMARTA SE CON FERT ERT UBI AMORE DEI VEHE MENTER ACCENDITUR / ROMAM ADEUNT A S.  PETRO INTELETUM CUM MATALENA MATALENAMATALENA VERA PR[A]EDICARET / MADALENA INDE SERIUM LOCUM ABIT UBI SACTA ACTA VITAM ITAM EXTREMO DIE CLAUDIT / scene lato destro: MOLTI MOLTI PLICA IL PANE IN RE FETTORIO ETTORIO / ESCE ODORE SOA VISSIMO DEL SUO COR PO / SPESSO DO PUO LA COMUNIONE ERA RA PITA ITA IN ESTATASI / SANA UN PUTTO UTTO DEL MAL CADUCO / […]

Descrizione

La tela, proveniente dalla chiesa delle Benedettine di Ugento, raffigura le due Sante Maria Maddalena e Francesca Romana. È un’opera autografa del pittore Donato Antonio D’Orlando di Nardò, come si può leggere dalla firma “DONATO ANTONIO D’ORL.DO PICTORE DI NARDÒ 1618”. Datata dunque 1618, allo stato attuale è l’ultima opera che si conosce con certezza del pittore neretino.
Il dipinto, come spesso si riscontra nelle opere del pittore, ha un carattere devozionale e didattico, grazie all’utilizzo di scenette che ritraggono gli episodi salienti della vita delle due sante accompagnate dalle relative didascalie che permettono ai fedeli una più facile lettura della rappresentazione sacra. Come in altre opere, il pittore utilizza delle bordature in foglia oro per delimitare le scene.
In passato la Chiesa latina accumunava nel culto di santa Maria Maddalena tre donne diverse: 1) la peccatrice perdonata a casa di Simone il lebbroso; 2) Maria di Betania, la sorella di Marta e Lazzaro; 3) l’indemoniata Maria Maddalena (da Magdala, città da dove proveniva) liberata da Gesù che diverrà la sua devota discepola. Essa fu tra le donne che assistettero alla crocifissione e divenne la testimone diretta della resurrezione di Cristo. Ed è quest’ultima che va correttamente indicata come la nostra santa.
Nel dipinto ugentino la Maddalena è raffigurata a sinistra in ginocchio con le mani congiunte in segno di preghiera; il suo sguardo è diretto verso il cielo. Alle spalle è un vaso di vetro trasparente contenente il profumo con il quale avrebbe dovuto ungere la salma di Cristo la Domenica di Pasqua. Il lato sinistro è ripartito da cinque scenette con gli episodi della vita della santa, accompagnate da sintetiche didascalie in latino stentato, dove troviamo a partire dall’alto: Gesù mentre è a cena a casa di Simone guarito dalla lebbra, la peccatrice s’inginocchia ai suoi piedi (CHRISTUM ADIT CUM SIMONE LEPROSO MENSE ACUMBENTEM); a casa la santa fa penitenza in ginocchio frustandosi il petto con una catena d’oro di fronte a un tavolo dove è poggiato un crocefisso, il vaso dei profumi e il teschio simbolo della vanitas (DOMUM REVERSA AUREA CATENA CORPUS SUUM ASPERRIME CASTIGAT); Maria con la sorella Marta insieme a un gruppo di donne ascoltano la predica di Cristo posto su di un pulpito (AD CONCIONEM CUM MARTA SE CONFERT UBI AMORE DEI VEHEMENTER ACCENDITUR); lo sbarco della Maddalena a Marsiglia, anche se la didascalia allude a una predica con san Pietro a Roma (ROMAM ADEUNT A S. PETRO INTELETUM CUM MATALENA VERA PR[A]EDICARET); la morte della Maddalena e la gloria tra gli angeli (MADALENA INDESERIUM LOCUM ABIT UBI SACTA VITAM EXTREMO DIE CLAUDIT).
La Maddalena ugentina, pur nella rigidità della posa, ricorda la stessa santa raffigurata nella Crocifissione della chiesa matrice di Galatone. Entrambe, anche se dipinte specularmente, si dimostrano simili nella fisionomia del volto, nell’attacco della testa al lungo tozzo collo, nel modo di trattare la fluente capigliatura, nell’anatomia delle mani. Queste due opere si rivelano assai decisive nell’attribuzione al D’Orlando di un noto dipinto raffigurante la Pietà, conservato nella chiesa dei Carmelitani di Nardò, attribuito nel 1964 da Michele D’Elia e Nicola Vacca al pittore Gian Serio Strafella (documentato dal 1546 al 1573) di Copertino: nonostante il recente restauro che ha evidenziato i colori e le forme, nel 2013, nel catalogo della mostra leccese dedicato ai pittori manieristi (Cass iano-Vona, 2013), gli studiosi hanno confermato tale dipinto al pittore copertinese. È chiaro che la qualità pittorica e coloristica dei tre dipinti menzionati è certamente differente (cosa assai palese nella produzione del pittore), ma mettendo a confronto i tre volti della Maddalena, sorprendentemente si richiamano tra loro nella configurazione del naso e delle palpebre dell’occhio, particolari fisiognomici – riscontrabili anche in altri dipinti autografi – che sono peculiari della produzione del D’Orlando. Conferma si ha quando si raffronta anche l’anatomia del corpo esanime del Cristo nel compianto di Nardò con quella del Crocifisso di Galatone (confronta anche con il corpo di Cristo della tela della Madonna della Misericordia della chiesa omonima di Nardò o con quello dell’Allegoria del Sangue di Cristo della chiesa di Santa Maria delle Grazie di Seclì).
Simmetricamente a destra troviamo raffigurata, sempre in ginocchio, santa Francesca Romana. La santa, vissuta tra il XIV e il XV secolo, fu sposa, madre, vedova e fondatrice a Roma dell’ordine religioso delle Oblate Benedettine di Monte Oliveto. Ha dedicato la sua vita all’unità della Chiesa, ai poveri, malati e morenti. Nel dipinto ugentino l’oblata è raffigurata nella sua consueta iconografia: vestita con abito nero e lungo velo, mentre nelle mani regge il libro delle regole. È affiancata dall’angelo custode – abbigliato con una vistosa dalmatica rossa e tiene in mano una palma con i datteri – che la difese dal demonio. Anche il lato destro è occupato da cinque scene dei miracoli della santa, con le relative didascalie scritte invece in italiano, dove troviamo: santa Francesca che moltiplica il pane nel refettorio di fronte alle consorelle (MOLTIPLICA IL PANE IN REFETTORIO); la salma della santa distesa su un catafalco, dal cui corpo esce un odore soave, mentre le consorelle assistono sorprese e un monaco gli si è inginocchiato ai piedi (ESCE ODORE SOAVISSIMO DEL SUO CORPO); la santa raffigurata in ginocchio davanti il tabernacolo mentre è rapita in estati dopo la Comunione (SPESSO DOPUO LA COMUNIONE ERA RAPITA IN ESTASI); la santa guarisce dall’epilessia un giovane trattenuto da un anziano (SANA UN PUTTO DEL MAL CADUCO); la santa visita un’ammalata distesa nel letto (didascalia consunta).
Lo sfondo, dalle contrastate tonalità fredde grigio-verde, è occupato in alto dal cielo plumbeo che va gradualmente a rischiarirsi sulle vette delle montagne alle cui pendici compaiono dei piccoli nuclei abitativi.
Il recente restauro ha restituito i colori e i dettagli del dipinto, oscurati da numerose ridipinture e strati di sporco. Nella rimozione delle parti ridipinte è emerso che le labbra delle due sante sono state in passato volutamente sfregiate.
S.T.
Bibliografia: D’Elia 1964, p. 136; Vacca 1964, p. 33; Corvaglia 1987, p. 110; Palese 1980, pp. 271-272; Cazzato 1986, p. 22; Cass iano 2005, p. 90; Cass iano – Vona 2013, pp. 56-57, 224-225.